Note per una ricerca attivista (o clinica) - prima parte

Stefano Rota*

C'è questa parola suggestiva che colpisce l'immaginazione: scienziati sociali militanti che si mettono a fare la ricerca alla pari con coloro che prima erano solo oggetto d'intervista e basta; una volta finita l'intervista, l'intervistato rimaneva lì e non ne sapeva più nulla”.

Intervista a Romano Alquati, Sul secondo operaismo politico, estate 2000. Conricerca, Futuro Anteriore, https://www.autistici.org/operaismo/index_1.htm

 

[Riflessioni sorte recentemente in diversi momenti e occasioni di confronto con attivisti, studiosi, sindacalisti, operai, tecnici. I riferimenti bibliografici presenti nel testo sono riportati alla fine della seconda parte. Seguiranno altre parti, in cui si renderà conto di quegli incontri.

Nel testo sono presenti dei paragrafi rientrati a sinistra e messi tra parentesi quadre. Possono essere saltati e passare al primo paragrafo successivo senza rientro.]

 

 

Preliminari

Abbiamo bisogno di tempo. Il nostro presente sembrerebbe indicare che non ne abbiamo molto a disposizione, ma è indispensabile darci un tempo ragionevolmente lungo per trovare la capacità di rallentare le nostre riflessioni e imporle delle pieghe, farle arrivare là dove non siamo abituati ad avventurarci.

Solo dandoci il giusto tempo riusciamo a correggere la presbiopia che ci impedisce di intercettare ciò che è troppo vicino per poterlo mettere a fuoco, o talmente ripugnante da non riuscirlo a includere nei nostri abituali percorsi riflessivi: spesso queste due condizioni si sovrappongono l’una all’altra.

Devo esercitarmi ad affinare la vista, modificare i punti di osservazione, abbandonare gli automatismi selettivi, se voglio avviare un percorso di ricerca di lungo periodo che, tramite la riconnessione delle mie molteplici sfere, mi ponga nella condizione ottimale – per me e adesso, non universalmente definita – di cogliere il mio rapporto con il mio ambiente, il mio essere al tempo stesso osservante e osservato. Forse devo abbandonare, il più a lungo possibile, la posizione dell’io come soggetto iniziatore, del cogito, rispetto a tutto ciò che percepisco come esterno; al suo posto, devo sperimentare la creazione di articolazioni, di fili, la ricerca di punti di contatto, con tutti gli strumenti che ho a disposizione, che rendano sterile lo scarto tra le rigide posizioni di soggetto e oggetto, inchiestante e inchiestato.

Scombinare quell’ordine, a cui da sempre si sottrae il pensiero orientale, potrebbe essere un punto di partenza per un’attività che miri a ridare un senso di autenticità a indagini in contesti che conosciamo prevalentemente per mezzo di frammenti, classificazioni statistiche e narrazioni mainstream, il più delle volte tossiche. Raccogliere altre voci, suoni, musiche, racconti, immagini di frammenti di vite – anche “infami” –, farle lavorare insieme alla lettura dei dati statistici per tracciare linee che ci conducono diritti nelle pieghe di un reale che è complesso, vivo e sempre in trasformazione. Devo mettermi in quella posizione privilegiata, ma affatto scivolosa, da cui si guarda il carattere immanente del fare ricerca rispetto al fare politico. È da quel punto di osservazione che riesco a vedere come e se una ricerca/inchiesta possa diventare attivista.

 

Primo tempo

Non è necessario e meno che mai produttivo mettere in discussione le fasi di cui si compone la metodologia della ricerca sociale, tutt’altro. Va mantenuta ferma l’importanza di definire chiaramente quale sia l’ipotesi di base da cui si parte, così come la centralità della funzione delle variabili da utilizzare per procedere, non necessariamente in modo lineare, nel percorso di indagine che si intende intraprendere. Scrive Romano Alquati nel suo saggio Per fare conricerca (1993): “la variabile è una qualunque cosa che in qualche modo sta in una processualità ed è soggetta a trasformazione, è suscettibile di assumere più stati. Muta passando tra più stati, in relazione a qualcosa che la fa mutare” (p. 69).

Le variabili, al pari degli enunciati, sono strumenti che danno il senso della visibilità e comprensibilità di un fenomeno, una credenza, un valore all’interno delle condizioni socioeconomiche, politiche e culturali di uno specifico contesto e non di altri.

 

Proviamo a immaginare di effettuare dei tagli verticali lungo i seguenti termini:

professionalità

solidarietà/mutualismo

orario di lavoro

risorse del lavoratore/”capitale umano”

diritto alla salute

cura della famiglia/figli/di sé

uso del tempo pubblico

uso del tempo privato

genere

fiducia nel futuro

 

Da questi tagli, saremo in grado di effettuarne altri, più specifici, che ci rimandano magari indietro rispetto a dove eravamo arrivati, che ci costringono a ripensare quello che davamo già per acquisito.

Le variabili, riprendendo le parole di Alquati sopra riportate, mutano passando tra più stati, in relazione a qualcosa che la fa mutare: il significato di orario di lavoro muta radicalmente dagli anni ’60-’70 ad oggi, per non parlare di quello di diritti, cura dei figli, genere, ecc. La variabile si innesta sui significati, esattamente come l’enunciato sta nelle regolarità discorsive. Non sono la stessa cosa, li lega un rapporto di isomorfismo.

Possiamo immaginare come a ciascuno dei termini sopra elencati corrisponda un rapporto a geometrie variabili con ciascuno degli altri – e moltissimi altri ancora -, producendo una varietà pressocché infinita di possibili scenari[1]. Per rendere la ricerca percorribile, vanno identificate delle priorità nella scelta delle variabili, anche queste temporanee: procedendo nella ricerca ci potremmo accorgere che le priorità che ci siamo dati non consentono di seguire l’idea di base a cui ci siamo affidati. Potrebbe essere necessario cambiare le variabili, perché non spiegano più l’aspetto del fenomeno che abbiamo considerato centrale, oppure rivedere l’obiettivo che ci siamo posti all’inizio. Viceversa, potremmo accorgerci che il significato che quelle variabili assumono oggi e i tipo di relazioni che si stabiliscono con altre ci porta in una direzione diversa, più interessante. Anche su questo aspetto il parallelo con la funzione dell’enunciato funziona: se io prendo un enunciato riferito alla percezione delle migrazioni a inizio anni Duemila e lo metto dentro a un discorso odierno, potrei trovarmi costretto a seguire un percorso d’indagine che non trova più rispondenze nel mio oggi: basti pensare a cosa erano le quote per i Decreti Flussi, le sanatorie, i tavoli permanenti di consulta allora e che non sono più. La sua forza e capacità comunicativa è data dal fatto di essere storicamente determinato in un certo contesto fatto di conoscenze e rapporti di forze; il cambiamento delle posizioni delle unità con cui entra in relazione ne richiede un aggiornamento, quando non una completa trasformazione. Oppure un nostro riposizionamento.

 

[Una parentesi sul significato di enunciato. Mi rifaccio letteralmente al testo che lo descrive in modo più compiuto: L’archeologia del Sapere, di M. Foucault (1971), riportandone in modo schematico alcuni passaggi.

Un enunciato è sempre un evento che né una lingua né il senso possono esaurire interamente. L'enunciato è una funzione che si articola verticalmente, in rapporto alle diverse unità, e che permette di dire, a proposito di una serie di segni, se quelle unità esistono o no. È una funzione di esistenza che appartiene esclusivamente ai segni, e a partire da cui si può decidere per l'analisi o per l'intuizione, se i segni hanno senso o no, di cosa sono segni.

Non esistono criteri strutturali di unità, l'enunciato non è un'unità ma una funzione che incrocia un dominio di strutture e di unità possibili e che fa sì che appaiano, con contenuti concreti nel tempo e nello spazio.

La relazione che l’enunciato mantiene con ciò che enuncia non corrisponde a un insieme di regole di utilizzazione. Possono riapparire le stese parole, nomi, nella stessa frase, ma non necessariamente lo stesso enunciato.

La referenzialità dell'enunciato forma il luogo, le condizioni, il campo di emergenza, l'istanza di differenziazione degli individui o degli oggetti, degli stati di cose e delle relazioni che vengono messe in opera dall'enunciato stesso; definisce le possibilità di apparizione e di delimitazione di ciò che dà il senso alla frase, e alla proposizione il suo valore di verità.

Se quanto qui riportato risuona in termini di chiarezza, mi sembra che dovrebbe risultare altrettanto chiaro l’isomorfismo che esiste tra enunciato e variabile. Entrambi vivono di una relazione strettissima tra funzione di esistenza di un dato segno e gli stati delle cose a cui quel segno si riferisce, definendone la sua condizione di verità.

I termini sopra elencati possono essere letti e interpretati come enunciati nell’ambito di un discorso che si intende come vero, o come variabili nella descrizione della relazione significante che quei termini intrattengono con altri termini, verso i quali funzionano da filtro, da grimaldello per rendere più relazionale un significato. Entrambi consentono di definire dei punti di rottura].

 

Da qui, dipartono una serie di problemi che dovranno essere affrontati una volta che si decide: a) di fare una ricerca/inchiesta, b) in quale ambito, c) con quale metodologia.

Provo a indicare qui alcuni punti che mi sembrano dirimenti per dare senso a una ricerca attivista.

1.      Una ricerca attivista, non ha come fine la stesura di un rapporto. Una ricerca attivista, forse, non lo vede neppure chiaramente un fine, perché non è nella sua natura. Una ricerca attivista mette in moto, definisce delle linee di sviluppo, resta aperta, ma, soprattutto, resta là, dove è stata realizzata, pronta a ricominciare da dove si era fermata, pronta a aggiungere il contributo di un nuovo “conricercatore”.

2.      Una ricerca attivista si pone certamente degli obiettivi pratici: uno di questi può essere la stesura di un rapporto, un altro l’attivazione di un gruppo che si occupa di raccogliere le esperienze musicali, di organizzare forme di solidarietà, ecc.

3.      Perché una ricerca sia attivista è necessario abbandonare le posizioni fisse di soggetto conoscente e oggetto da conoscere, va ridefinito il posizionamento di uno e dell’altro nelle formazioni discorsive in cui ci si trova a vivere l’evento dell’indagine che si conduce e trovare la propria posizione temporanea al suo interno. Provincializzare l’io conoscente, perché senza l’altro da conoscere, quell’io, in quel momento, non esiste.

 

["A chi mi rivolgo nel discorso che sostengo e con il quale parlo per un altro, quest'altro che sono anch'io, poiché non esisto senza di lui? […] Quindi quest'altro che organizza il mio discorso, e in mancanza del quale non avrebbe luogo, è al tempo stesso diverso da me, in quanto sono questo individuo portatore di una coscienza singolare in cui mi identifico. È anche in me in quanto io sono questo soggetto diviso che porta all'interno della propria organizzazione, della propria "struttura", la necessità di questo ricorso all'altro nel e attraverso il dialogo”. Così si esprimeva Hyppolite nel 1957, sviluppando le tesi lacaniane sul soggetto diviso, come viene riportato nel libro di Pierre Macherey In a materialist way (1998). Trad. mia]

 

4.      Bisogna procedere attraverso le stratificazioni (recenti, ovviamente), anche in modo molto sintetico, ma che ci consentano di capire di più e meglio cosa abbiamo davanti agli occhi. In altre parole, è importante capire le condizioni storiche che hanno condotto alla nostra attualità, facendo una mini-genealogia del soggetto. Non va dimenticato che quando ci poniamo l’obiettivo di agire in modo coerente con fini politici, al centro c’è sempre lui, il soggetto e i processi di soggettivazione che lo hanno costituito.

5.      Tutto il resto, si vedrà.

 



Stefano Rota, di formazione sociologica, operatore, studente. Nel 2013 ha fondato l’Associazione Transglobal, sul cui sito gestisce il blog (Transblog), dove vengono pubblicati contributi di ricercatori e studiosi per l’approfondimento dei temi di cui l’Associazione stessa si occupa. Recentemente, ha curato La (in)traducibilità del mondo (Ombre Corte 2020) e contribuito alla stesura del Lessico della crisi e del possibile, a cura di Fabrice Olivier Dubosc (Seb27 edizioni, 2019).

 

 

[1] Scrive ancora Alquati nel suo testo: “correlazione è una parola chiave della ricerca scientifica. È una parola che suggerisce intanto l’idea che si debba cercare una relazione tra le variabili. Co-relazione, ossia relazione-insieme”. P. 86.

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