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Alcuni dei filoni di studio più significativi

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Esclusione differenziale e inclusione differenziale

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Divisione del lavoro e moltiplicazione del lavoro

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Teorie sulle migrazioni

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cittadinanza - cittadinanza postcoloniale, cittadinanza postmigratoria, seconde migrazioni

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Intercultura - Identità

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Integrazione

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Definizioni tecniche inerenti lo status dei migranti

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Legislatura vigente (principali)

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Le strutture previste dalla normativa (CIE, CARA, CDA)

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Europa e politiche migratorie

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Migrazioni in due lingue extraeuropee

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Alcuni dei filoni di studio più significativi

 

Migration Studies

quelli che vengono definiti oggi i "Migration Studies" hanno origine nelle passate "ere delle migrazioni", più specificamente il periodo delle grandi migrazioni transatlantiche della fine del 19° secolo e quello dei "guest workers", nella Germania occidentale e in altri paesi europei, negli anni '50 e '60 del secolo scorso. 

Le ragioni di questa impostazione sono da trovare in tre elementi: primo, la dimensione euro-atlantica delle migrazioni; secondo, il fatto che i "Migration Studies" emergono alla vigilia del processo di industrializzazione di massa, all'inizio del ventesimo secolo; in ultimo, l'interesse per i processi di "integrazione" sociale ed economica dei migranti ha dominato a lungo all'interno dei "Migration Studies".

 

Studi postcoloniali

Gli studi postcoloniali, in sintonia e sinergia con i subaltern studies, rappresentano una lettura del mondo globale e delle tensioni che lo attraversano, partendo dall'assioma che la "forma coloniale" del pianeta, così come è venuta definendosi nel XIX e XX secolo, rappresenta un elemento costituente dell'attuale modello politico, produttivo, sociale e culturale della cosiddetta "globalizzazione". Le distinzioni tra aree, regioni e stati-nazione (per quanto questi ultimi aiutino ancora a comprendere le dinamiche reali e le tensioni che ne regolano e animano la complessa rete di relazioni) vanno rilette secondo la logica del superamento delle schematiche suddivisioni tra i "due mondi", tra paesi sviluppati e in via di sviluppo. La nuova forma del mondo globale si presenta, invece, connotata da "striature" che attraversano le frontiere geo-politiche e mettono in relazione tra loro, perché ne condividono tutte le caratteristiche politiche, sociali, economiche e culturali, spazi geografici che si trovano indistintamente in paesi considerati di elevato o di basso sviluppo. 

Il fenomeno migratorio anima, vive questa condizione, contribuendo a definirla e renderla più che mai attuale e, allo stesso tempo, precaria, perché mai definitiva.

 

Studi culturali

Gli studi culturali nascono in Gran Bretagna negli anni '50 e '60 e si diffondono successivamente in tutto il mondo. Al pari degli studi postcoloniali, condividono con i subaltern studies una lettura dei processi storici che hanno caratterizzato la costituzione del mondo contemporaneo fortemente critica rispetto all'impostazione data dalla storiografia ufficiale. L'approccio "culturale" tende a collocarsi in posizione dialettica con la distinzione tra "struttura" e "sovrastruttura" data da un certo marxismo ortodosso, dove la seconda viene vista come una conseguenza diretta della prima, senza, quindi, una sua specifica autonomia.

La visione anti-essenzialista della cultura da parte degli studi culturali porta i suoi maggiori esponenti a vedervi, al contrario, una tensione nel suo continuo processo di trasformazione, portando S. Hall a definire la cultura stessa come "forme di lotta". 

In stretta sintonia con gli studi etnici e antirazzisti, gli studi culturali mettono in evidenza come le dinamiche politiche, i conflitti e i sistemi di potere siano fortemente e storicamente riconducibili a "pratiche culturali", le quali non ne costituiscono meramente un elemento descrittivo, ma, al contrario, fondante. 

 

Subaltern studies

Un gruppo di intellettuali indiani, tra cui Guha, Chakrabarty e Spivak, danno vita all'inizio degli anni Ottanta all'ambito di ricerca storiografica, politica, antropologica e sociologica che prende il nome di Subaltern Studies.

L'obiettivo, in linea con gli studi postcoloniali e culturali, è dichiaratamente quello di riscrivere la storia del mondo coloniale, le cui conseguenze sono di molto più ampio respiro, al di fuori della e in opposizione alla narrazione storiografica ufficiale, che ha sempre teso a mettere in evidenza i processi storici di quel periodo come frutto unicamente di un "elitismo indigeno", che non tiene conto del ruolo strategico che hanno svolto i "subalterni" nel condizionare le politiche imperiali.

Le conseguenze di questo rovesciamento del punto di vista storiografico sono molteplici e da più punti di vista.

Partendo dalla considerazione neokantiana che la storia in sé non ha un significato e ordine predeterminato e che “fornirle un significato è una responsabilità umana”,  Chakrabarty riprende il tema “dell’addomesticazione politica dei fatti storici”, individuando uno spazio che sfugge a questa logica, alla dicotomica distinzione soggetto-oggetto. In questo spazio, i fatti storici, le storie individuali e collettive restano in una sorta di limbo “dell’incomprensibilità”, del sublime (nel senso di impossibilità all’addomesticazione, all’assoggettamento): la loro narrazione è la “voce media”, quella che parla della “natura sublime del processo storico”, come processi con un “innato disordine”.

Appare immediatamente evidente come lo stesso approccio consenta di rileggere in modo globale la storia dei subalterni, in qualunque contesto storico e a qualunque latitudine, aprendo spazi a una metodologia di indagine che abbia al proprio centro le soggettività migranti e che "provincializzi" altri processi e soggetti, storicamente "centrali".

 

 

 

Esclusione differenziale e inclusione differenziale

 

La prima, elaborata e discussa da Castles e Miller (Castles & Miller, 2012), mette in risalto i meccanismi di riduzione dell’agibilità sociale e politica dei migranti, soprattutto nel modello del “lavoratore ospite”: “i migranti dovevano essere incorporati temporaneamente in alcune aree della società (tra le quali spiccava il mercato del lavoro), mentre non era loro permesso accedere ad altre (soprattutto cittadinanza e partecipazione politica)” (p. 306). I due autori del fondamentale saggio The age of migration evidenziano come tale modello sia attualmente molto diffuso anche in paesi di recente industrializzazione in Asia e nel Golfo.

Il passaggio da questa definizione a quella di inclusione differenziale, è segnata dal “tempo”, dalla sua frammentazione e dalla centralità di tale frammentazione nei processi di diversificazione sociale, culturale, economica, giuridica che le migrazioni portano all’interno delle ex metropoli colonizzatrici. “[…] L’inclusione differenziale registra la moltiplicazione dei dispositivi di controllo della migrazione all'interno, al e al di là dei confini dello stato nazionale (sistemi di punti, esternalizzazione, libertà condizionale di circolazione, valichi di frontiera velocizzati per le élite, contratti di lavoro a breve termine, ecc) e la moltiplicazione degli status che essi implicano” [1] (De Genova, Mezzadra, & Pickles, 2014, p. 25). 

Nella teoria femminista, il concetto di inclusione differenziale “è associato a un’enfasi teorica sulla differenza che dà priorità alla realizzazione e alla relazionalità”, mentre nelle “politiche antirazziste, si collega alla questione delle forme intersettoriali di discriminazione e alla messa in discussione dello stato-nazione come il luogo più strategico in cui combatterli” (De Genova, Mezzadra, & Pickles, 2014, p. 24)

 


[1] “[…] differential inclusion registers the multiplication of migration control devices within, at and beyond the borders of the nation-state(point systems, externalization, conditional freedom of movement, fast-tracked border crossing for elites, short-term labour contracts, etc.) and the multiplication of statuses they imply” (pag. 25).

 

 

Divisione del lavoro e moltiplicazione del lavoro

 

Se, a fine Ottocento, Emile Durkheim poteva far riferimento a una divisione del lavoro sociale come condizione per lo sviluppo di una solidarietà organica (contrapposta a quella meccanica delle epoche pre-moderne)[1] (Durkheim, 1999), è a partire dallo sviluppo capitalistico contemporaneo che il termine divisione internazionale del lavoro ha assunto il valore descrittivo di una organizzazione del lavoro su scala mondiale, centrata sul ruolo determinante degli Stati-nazione, ai quali viene assegnata una determinata specializzazione produttiva. Più recentemente e in conseguenza della trasformazione capitalistica in chiave globale, in cui il denominatore comune è dato dalle delocalizzazioni produttive, è stata elaborata la teoria della nuova divisione internazionale del lavoro. Come mostrano in modo molto chiaro Mezzadra e Neilson (Mezzadra & Neilson, 2014), si tratta di una “teoria della mobilità del capitale, più che una teoria di come le divisioni, i processi, le mobilità e le lotte del lavoro si relazionino alle transizioni del capitalismo nella finanziarizzazione pervasiva e nella profonda eterogeneizzazione dello spazio globale che la accompagna” (p. 113-114). Manca, quindi, il riferimento, fondamentale anche per questo lavoro, alla creazione di soggettività che la globalizzazione genera e attraverso cui dare alla mobilità del lavoro una funzione “centrale per comprendere la divisione del lavoro nel mondo globalizzato contemporaneo” (p. 114).

Per cogliere le caratteristiche del tipo di soggettività che in esso si dispiega, gli autori utilizzano la definizione di “moltiplicazione del lavoro”  (p. 117-124). Quello che Mezzadra e Neilson mettono in risalto è il modo in cui i processi produttivi e riproduttivi del lavoro, attraverso la profonda finanziarizzazione di tutti gli spazi e forme di vita sociale e individuale, si fondano in un unico processo, all’interno del quale l’individuo, la famiglia e tutti i suoi tempi e risorse sono totalmente messi al lavoro.

 


[1] Va detto che per Durkheim la solidarietà organica, pur avendo la funzione di armonizzare le differenti parti dell’insieme, presenta anche delle “patologie”, che classifica come “divisione coercitiva del lavoro”, che si presenta quando un ruolo viene assegnato in virtù dell’appartenenza a una determinata posizione sociale, e “divisione anomica del lavoro”, come conseguenza della esasperata specializzazione del lavoro industriale (Durkheim, 1999) Questo modello della solidarietà organica, come risposta al problema dell’anomia, verrà presto abbandonato dallo stesso Durkheim, a favore di altri tre modelli interpretativi del rapporto tra individuo e modernità, sempre alla ricerca di una risposta al problema dell’anomia, visto come un tratto distintivo della modernità stessa. 

 

 

 

Teorie sulle migrazioni

 

la tesi dell’autonomia delle migrazioni enfatizza un elemento che è ormai riconosciuto anche nelle più avvedute ricerche mainstream e in molti studi di policy, commissionati da governi o organismi internazionali: ovvero l’irriducibilità dei movimenti migratori contemporanei alle “leggi” dell’offerta e della domanda che governano la divisione internazionale del lavoro, nonché l’eccedenza delle pratiche e delle domande soggettive che in essi si esprimono rispetto alle “cause oggettive” che li determinano.

 

La teoria transnazionale delle migrazioni, come viene descritto da Castle e Miller, in L'Età delle Migrazioni, è strettamente connessa con la globalizzazione e i cambiamenti tecnologici che la accompagnano, all'aumento delle migrazioni circolari e temporanee, a cui ne conseguono legami culturali, economici e sociali con uno o più luoghi del progetto migratorio dei singoli e delle comunità. Si crea quindi una dimensione del soggetto migrante che si colloca in uno spazio che non è completamente nè quello del paesed'origine, né quello del paese di destinazione o quello di transito (dove a volte si soggiorna anni).

 

Per le altre teorie che nel corso dell'ultimo ventennio hanno significativamente contribuito a spiegare il fenomeno migratorio, si rimanda a un breve testo.

 

 

 

Cittadinanza

 

  • letture del significato di cittadinanza

Secondo Etienne Balibar, la cittadinanza riassume le contraddizioni tra partecipazione e rappresentanza, tra rappresentazione e subordinazione. "La cittadinanza non ha mai cessato di oscillare tra distruzione e ricostruzione, a partire dalle proprie istituzioni storiche". 

Nella forma stato contemporanea e nella sua declinazione in rapporti sociali, si evidenziano zone di "alta" cittadinanza e altre di cittadinanza "relativa": l'impossibilità di accedere ai servizi essenziali, al lavoro crea un deficit di cittadinanza. La cittadinanza, quindi, assume un valore che va ben al di là della sua definzione giuridica formale, per assumere un valore sostanziale e contestuale, continuamente in evoluzione e ridefinizione dei suoi "confini".

 

Un'ulteriore lettura del rapporto tra cittadinanza e Stato nazione viene offerto da Engin Isin, docente di Studi sulla Cittadinanza e professore di scienze politiche alla Open University di Londra, dove ha diretto il Centro di ricerca su Cittadinanza, Identità e Governo.

 

Andare oltre la cittadinanza liberale, basata sul soggetto dominante, definito nel secolo XIX come maschio, proprietario, eterosessuale, bianco, significa "incorporare le lotte per tutte le cittadinanze ‘altre’ rispetto alla cittadinanza liberale, ovvero per l’apertura alle questioni ecologiche, di genere e sociali. La cittadinanza può in questo modo essere pensata come la soggettività politica che permette agli altri, ai gruppi dominati e assoggettati, di avanzare delle richieste. Questa deve essere la fonte di una nuova inflessione nel significato del ‘diritto ad avere diritti’ alla città, alla polis."

 

Un contributo specifico al concetto di cittadinanza all'interno dello spazio europeo viene da E. Rigo, in Europa di confine, dove la cittadinanza viene letta a partire dai costanti mutamenti dei confini del UE e dalle sfide che al proprio interno vengono introdotte dai movimenti migratori. Viene così definito il concetto di "cittadinanza postcoloniale", come conseguenza delle pratiche costituenti di cittadinanza inerenti l'attuale condizione dei migranti: "I migranti si presentano all’Europa come soggetti allo stesso tempo artefici e assoggettati a questa sfida, sia per l’eredità della storia che rappresentano sia perché contestano radicalmente il ‘posto’ assegnato loro dai confini politici, giuridici e simbolici dell’Europa. Questo non significa tuttavia che essi, opponendosi a tali confini, vi ‘resistano’. Al contrario, adottare un punto di vista postcoloniale sull’espansione europea significa rovesciare una prospettiva che, semplicisticamente, divida i contendenti tra coloro che conducono il gioco e coloro che lo subiscono".

 

In termini simili, si esprime Miguel Mellino. La tesi di fondo su cui si basa questa lettura è che nelle ex metropoli colonialiste si sta verificando una frammentazione dello status di cittadinanza, in conseguenza delle differenti forme e provenienze che assume il fenomeno migratorio, per nulla diverso dal modello di gestione della cittadinanza negli imperi coloniali. Si verifica, in sintesi, la “ri-attualizzazione della vecchia distinzione tra cittadino (gli europei) e suddito (gli abitanti delle colonie) attorno a cui si organizzava il diritto coloniale” (Mellino M. , 2012, p. 8).

 

Sempre in riferimento al tema della cittadinanza, troviamo il termine denizen, coniato in Inghilterra nel XVI secolo, per designare la posizione dello straniero accettato come cittadino mediante un atto della corona. Si intende, con questo termine, il semplice “residente”, più legato all’essere in un luogo che non alla qualità formale dell’appartenenza, a cui è negata o solo parzialmente riconosciuta la cittadinanza.

 

Un ulteriore passaggio nella definizione della cittadinanza è dato dal concetto di "cittadinanza postmigratoria". Riprendendo quanto detto per il termine postcoloniale, anche in questo caso si intende utilizzare il prefisso “post” per indicare non il superamento tout court della condizione di migrante, ma, al contrario, il suo persistere all’interno della trasformazione della soggettività che esprime, costantemente ridefinita in risposta e contrapposizione a politiche, pratiche sociali, economiche e culturali che formano, rafforzano e moltiplicano i confini e le divisioni di cui si è detto.

Se la definizione di cittadinanza postcoloniale è fondamentale dal punto di vista epistemologico per la comprensione degli scenari sopra descritti, mi sembra che la cittadinanza postmigratoria aiuti a definire le pratiche soggettive che vi si esprimono, in relazione e costante tensione tra gli elementi di identità culturale, rappresentazione, agency, da un lato, e spazio geopolitico, confini interni ed esterni, materiali e immateriali, politiche nazionali e sovranazionali, dall’altro. 

Le “seconde migrazioni” (un secondo movimento migratorio, che avviene anche a 10-20 anni di distanza dal primo) sono espressione diretta di un agire con senso soggettivo riconoscibile, che sta dentro alle pratiche di “cittadinanza postmigratoria”. Perché “seconde migrazioni” e non le definizioni mainstream di return migration e circular migration? Proprio per il loro carattere temporaneo e mutevole: definirle semplicemente come “seconde”, aiuta a descrivere le migrazioni come un processo aperto, indeterminato, imprevedibile e “disordinato”, di cui neppure i diretti interessati sono in grado di prevederne gli esiti ed eventuali successivi passaggi. 

 

 

Intercultura 

 

E' molto difficile riuscire a dare una definizione di intercultura che sia completamente declinabile in tutti i campi in cui questo termine viene utilizzato. In alcuni ambiti, educativi e pedagogici in particolare, una definzione di educazione interculturale e pedagogia interculturale è stata data e si è ormai consolidata, a cui ha dato un grande contributo Massimilano Fiorucci.

 

Ci sembra più interessante provare a definire due concetti che, secondo noi, si collocano alla base di quello molto più vasto di intercultura e che contribuiscono a definire un "agire interculturale".

 

 

DIFFERENZA, non intesa in senso essenzialista, come qualcosa di dato dall’origine e immutabile, astorico e immodificabile dai contesti e dalle interazioni. Al contrario, la differenza è la conseguenza logica di un processo che, con forti implicazioni di carattere economico, sociale, culturale, storico, antropologico, definisce e ridefinisce in continuazione la condizione di ibrido. Mette in evidenza gli spazi intermedi, in-between, come conseguenza di dialogo, confronto, movimenti. Crea la doppia, o tripla, appartenenza e contribuisce fortemente a definire la: 

IDENTITA’, come conseguenza e prodotto stesso della differenza, della valorizzazione del sé, come qualcosa che ha una storia, qualcosa di prodotto e sempre in processo, contestualmente situato e socialmente costruito.

 

l’intercultura, alla base dei concetti di interazione e integrazione, può trasformarsi  e deve trasformarsi in azioni tendenti a favorire processi di contaminazione reciproca,

attraverso modelli relazionali e comunicativi multi direzionali, se è vero che la piena valorizzazione del sé passa inevitabilmente attraverso il riconoscersi, raccontarsi, rivendicarsi. 

Agire in modo interculturale significa quindi riconoscere e valorizzare la complessità sociale, culturale e identitaria delle società contemporanee.

La differenza, e di conseguenza l’identità riconosciuta, produce un rapporto tra le diverse culture tale che ognuna di esse costituisca un centro, dove il “sé” individuale e collettivo si riproduce e si ridefinisce sulla base delle interazioni con gli altri centri, le altre identità, le altre culture, in un processo di continua trasformazione e reciproca contaminazione. 

 

Identità secondo Stuart Hall (Politiche del quotidiano, Saggiatore, 2006)

Il concetto d’identità è centrale nella capacità di agire e di far politica. Per questo, quello di cui c’è bisogno non è una teoria del soggetto conoscente ma “una teoria della pratica discorsiva” (Foucault), contro il protagonismo sociale del soggetto e dell’identità e contro la sua collocazione all’origine della storicità, a una sua coscienza trascendentale. Il soggetto non va abolito ma ripensato nella sua nuova posizione che occupa dentro al paradigma della pratica discorsiva. Lì si colloca l’identità o identificazione. 

L’identificazione è un processo di articolazione, una suturazione, una sovra determinazione e non una sussunzione. Come pratica significante è soggetta al gioco della differenza. Operando attraverso la differenza, implica un lavoro discorsivo che delimiti e tracci i confini simbolici e produca “effetti-frontiera”. Per consolidare il processo, ha bisogno di ciò che è rimasto fuori, del suo costitutivo mondo esterno.

E’ un concetto d’identità strategico e posizionale. Non indica quel nucleo costante immutabile del Sé che si manifesta in tutte le vicissitudini della storia. Quindi non è “quel Sé collettivo, ovvero nascosto all’interno di molti altri Sé, più superficiali o artificialmente imposti che un popolo dotato di una storia condivisa e ancestrale possiede in comune” (Hall, Cultural Identity and Diaspora) che sancisce un’immutabile unicità, o appartenenza culturale.

Le identità quindi non sono mai unitarie, ma frammentate e divise; mai singolari, ma costruite in molti modi mediante discorsi, pratiche e posizioni diverse; producono conflitti al proprio interno, sempre storicizzate e contestualizzate. A questo proposito, la globalizzazione e le migrazioni descrivono in pieno questo scompigliamento del carattere relativamente “stabile” di molte popolazioni e culture.

Il problema non è tanto chi siamo o da dove veniamo ma cosa potremmo diventare, come siamo stati rappresentati e come potremmo rappresentarci (pratica discorsiva foucaultiana). Le identità si strutturano all’interno della rappresentazione. Sono in relazione con la tradizione e con la sua invenzione. Rappresentano il venire a patti con i nostri itinerari. Scaturiscono dalla narrativizzazione del Sé. E’ un processo fittizio, ma ha un’efficacia discorsiva: l’appartenenza – la “suturazione storica” tramite la quale sorgono le identità – si dà almeno in parte nell’immaginario e nel simbolico.

Le identità si strutturano attraverso la differenza e non al di fuori di essa. E’ solo tramite la relazione con l’Altro, con ciò che non si è, con il “di fuori costitutivo” che si costruisce il significato “positivo” dell’identità. Le identità funzionano come punti d’identificazione e di riferimento solo grazie alla capacità di omettere, di escludere “il fuori”. Ai margini di ogni identità c’è un eccesso, qualcosa di più. L’unità, l’omogeneità è una chiusura costruita. “La costituzione di un’identità sociale è un atto di potere” (Laclau); “reprime ciò che la minaccia”: è basata sull’esclusione.

“Mi avvalgo del termine identità per far riferimento al punto d’incontro, di sutura, tra – da una parte – i discorsi e le pratiche cercano di interpellare, di parlarci o di sistemarci come soggetti sociali di determinati discorsi, e – dall’altra – i processi che producono soggettività, che ci costituiscono come soggetti che possono essere ‘parlati’. Le identità sono perciò punti di temporaneo attaccamento alle posizioni soggettive che le pratiche discorsive costruiscono per noi. […] Le identità sono delle posizioni che il soggetto è costretto a prendere, pur sapendo sempre che sono delle rappresentazioni. L’idea che un’effettiva cucitura del soggetto a una posizione soggettiva richieda che esso non solo venga ‘chiamato’, ma investa in questa posizione, significa che la sutura va pensata come un’articolazione, piuttosto che come un processo unilaterale e che, a sua volta, tutto ciò inserisce decisamente nel programma teorico l’identificazione, se non proprio l’identità”.

 

 

Il sito della rivista online "Studi Interculturali", descrive l'intercultura, o interculturalità, nel seguente modo:

 

"Interculturalità è una parola di uso recente, ma rappresenta da sempre una realtà abituale nel mondo mediterraneo.

Una relazione interculturale esiste quando due culture o individui si riconoscono reciprocamente pari dignità, pur nelle loro evidenti differenze.

Parte dall'accettazione delle differenze, e cerca di organizzare una convivenza sociale che ne salvaguardi la ricchezza.

Il tentativo è quello di convivere nel rispetto: conoscere l'Altro, capire cosa si pensa e si prova con un'altra lingua, altre credenze, altri costumi e un'altra storia.

Si tratta di rendere comprensibili all'Uno i comportamenti e le credenze dell'Altro: in una relazione interculturale ogni fatto va interpretato in base ai suoi presupposti storico-culturali e non con criteri che gli sono estranei.

Si tenta di instaurare una relazione interculturale partendo dalla comprensione dell'Altro, che è anche comprensione e consapevolezza di noi stessi.

Nel momento in cui comprendo veramente l'Altro posso scoprire che certi elementi della sua cultura servono nella mia: un'incorporazione che irrobustisce la tradizione che li riceve".

 

Nell'ebook "Dal soggetto all'intercultura: descrizione di un percorso d'analisi", si parla dell'intercultura in questi termini: L'intercultura si può definire a partire dal concetto di "terzo spazio" di cui parla H. Bhabha. E' lo spazio in cui si realizzano "l’ibridità, la traduzione, la trasgressione, come manifestazioni, rappresentazioni di un agire interculturale. L’ibridità è lo spazio dove le contrapposizioni e divisioni binarie non funzionano più, lasciando il posto a sovrapposizioni, incontri/scontri tra culture che, inevitabilmente, occupano una posizione differente nel “campo di gioco” che è l’arena culturale. Il terzo spazio occupa zone liminari, periferiche, dove l’ibridità può essere vissuta, tradotta, come rappresentazione identitaria dell’agency del soggetto." 

"Cosa accade nel terzo spazio nel momento in cui due culture, due linguaggi entrano in intimo contatto, in interazione tra di loro? Si mettono in atto necessariamente dei processi di traduzione. Si tratta di tecniche basate su dinamiche di decodificazione del messaggio culturale originario, codificazione nel linguaggio culturale di destinazione e nuova decodificazione da parte dei depositari del secondo. Perché questo processo sia efficace, la traduzione deve mettere in atto “relazioni di produzione”, dotate di senso comunicativo, presupponendo la “mancanza di equivalenza” tra il linguaggio prima e dopo la traduzione  (Hall, Il soggetto e la differenza, Roma, 2006, pag. 37).

La traduzione, quindi, entra con un ruolo di protagonista nelle pratiche interculturali, le fa vivere come atto comunicativo. Come tutto questo si relazioni a quanto visto finora, credo, appaia immediatamente intuibile. Ma facciamoci aiutare dalla Spivak in questo passaggio.  

Ogniqualvolta ci poniamo nella posizione di tradurre un messaggio, un valore, una direttiva, una norma (nel senso che gli abbiamo dato sin dall'inizio) dal linguaggio in cui è stata codificata verso un altro linguaggio ci collochiamo inevitabilmente al crocevia di rapporti di potere."

"La differenza ha un valore epistemologico solo se collocato in una situazione relazionale: non esiste in quanto concetto a sé stante. Da qui il suo valore politico, in quanto elemento che sancisce la trasformabilità costante di un determinato contesto. L'ambito così delineato tra similarità e differenze è, ancora una volta, quel terzo spazio, al cui interno si articolano le pratiche interculturali." 

 

 

Integrazione

 

Il termine integrazione, nella sua declinazione nell'ambito delle scienze sociali, è stato usato dai classici della sociologia (Tonnies, Durkheim), in riferimento ai processi inerenti l'articolarsi di differenziazioni, divisioni di varia natura, come conseguenza della modernità, e del sorgere di nuove forme di strutture sociali.

 

In relazione al fenomeno migratorio, l'integrazione pone l'accento sull'acquisizione di conoscenze linguistiche e civiche, pratiche relative alla partecipazione dell'individuo e dei suoi familiari alla vita sociale nel nuovo ambito di riferimento che non presuppongono forme di interscambio e di valorizzazione di portati culturali differenti, dando il senso della unidirezionalità del processo stesso.

 

L'accordo di integrazione, entrato in vigore nel 2011, si muove in questa direzione.

 

Quello che non viene sottolineato nella retorica corrente sull'integrazione e sulle pratiche che a essa conducono, ma che viene ben descritto da S. Mezzadra, N. De Genova, J. Pickles e B. Nielson in due recenti lavori (S. Mezzadra e B. Nielson, Border as a Method, Duke Univ. Press, 2013 e N. De Genova, S. Mezzadra, J. Pickles, New Keywords: Migration and Borders, Cultural Studies, 2014), è la relazione tra integrazione, barriere e logiche di inclusione ed esclusione.

 

La tesi di fondo è che il moltiplicarsi di barriere oltre e all'interno dei confini geopolitici degli stati crea un proliferare di azioni che tendono continuamente a definire nuove strategie di inclusione ed esclusione, che rendono vago il concetto di "integrazione", così come viene comunemente usato.

 

Altri autori, (S. Castles, How nation-states respond to immigration and ethnic diversity’New Community, vol. 21, 1995) parlano di esclusione differenziale, sottolineando come l'integrazione avvenga e sia auspicata in alcune aree (quella lavorativa, ad esempio) e preclusa in altre (welfare e cittadinanza). 

 

 

 

Definizioni tecniche inerenti lo status dei migranti

 

  •  I tipi di permessi di soggiorno sono:

Adozione, Affidamento, Attesa occupazione, Attesa riacquisto cittadinanza, Asilo politico (rilascio e rinnovo), Gravidanza, Famiglia, Famiglia minore 14-18 anni, Famiglia (ingresso per ricongiungimento familiare), Famiglia (rilascio nei casi di cui all'art. 19 D. Lgs 286/98), Lavoro autonomo, Lavoro subordinato, Lavoro in casi particolari, Lavoro subordinato stagionale, Missione, Motivi religiosi, Residenza elettiva, Ricerca scientifica, Status apolide (rilascio e rinnovo), Studio, Tirocinio formazione professionale, Turismo, Affari, Cure Mediche, Gara sportiva, Motivi Umanitari, Minore età, Giustizia, Integrazione minore, Invito.

 

Di questi, solo una parte autorizzano a svolgere un'attività lavorativa

 

 

Il permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo può essere rilasciato al cittadino straniero in possesso, da almeno 5 anni (contro i sei previsti finora), di un permesso di soggiorno in corso di validità, a condizione che dimostri la disponibilità di un reddito minimo non inferiore all’assegno sociale annuo.

Il permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo può essere richiesto dallo straniero in possesso dei sopraindicati requisiti anche per un proprio familiare (coniuge, figlio minore a carico, figli maggiorenni a carico qualora permanentemente non possano provvedere  alle  proprie  indispensabili esigenze di vita, genitori a carico che non dispongano di un adeguato sostegno familiare nel proprio Paese).

In tal caso è necessario dimostrare anche la disponibilità di un alloggio idoneo che rientri nei parametri minimi previsti   dalla legge   regionale  per  gli  alloggi  di  edilizia residenziale  pubblica  ovvero  che  sia  fornito  dei  requisiti  di idoneità  igienico-sanitaria accertati dall'Azienda unità sanitaria locale  competente  per  territorio.

 

Lo ius soli (in latino "diritto del suolo") è un'espressione giuridica che indica l'acquisizione della cittadinanza come conseguenza del fatto giuridico di essere nati nel territorio dello Stato, qualunque sia la cittadinanza posseduta dai genitori.

Si contrappone allo ius sanguinis ("diritto del sangue"), che indica invece l'acquisizione di una cittadinanza per il fatto della nascita da un genitore in possesso di quella cittadinanza.

Nel mondo circa 30 stati su 194, e quasi tutti quelli del continente americano, applicano lo ius soli in modo automatico e senza condizioni. Tra questi vi sono gli Stati Uniti d'America, il Canada, quasi tutti gli stati del Sud America. Gli Stati europei che ne fanno uso - come Grecia, Francia, Portogallo, Irlanda, Regno Unito e Finlandia - invece, pongono alcune condizioni.

 

  

 

legislatura vigente (principali)

 

Testo Unico delle disposizioni circa la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, ovvero il decreto legislativo 25 luglio 1998 n. 286.

E' la "Turco - Napolitano", che costituisce il testo di riferimento in materia di immigrazione. Tutte le successive leggi e decreti sono intervenuti a modifica di questa legge e l'attuale testo le contiene.

 

legge 30 luglio 2002, n. 189

La legge "Bossi - Fini" introduce sostanziali modifiche alla "Turco - Napolitano", in materia di permessi di soggiorno e di espulsione di cittadini extracomunitari non in regola. Istituisce l'art. 27 per la formazione e reclutamento di lavoratori extracomunitari nei paesi d'origine.

 

Legge 15 luglio 2009, n. 94

E' il cosiddetto "pacchetto sicurezza" di Maroni. Inasprisce le misure contro l'immigrazione "clandestina", allunga i tempi di detenzione nei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione), definiti nella precendente normativa CPT (Centri di Permanenza Temporanea), istituisce il reato di "immigrazione clandestina".

 

DPR 11 novembre 2011, n. 179

E' il decreto che recepisce delle norme introdotte con il "pacchetto sicurezza" e istituisce l'"accordo di integrazione", il permesso di soggiorno a punti, esame di lingua e cultura civica italiana. E' in vigore dal 10 marzo 2012.

 

Decreto Legislativo 2014, n.40

Attuazione della direttiva 2011/98/UE relativa a una procedura unica di domanda per il rilascio di un permesso unico che consente ai cittadini di Paesi terzi di soggiornare e lavorare nel territorio di uno Stato membro e a un insieme comune di diritti per i lavoratori di Paesi terzi che soggiornano regolarmente in uno Stato membro.

 

Decreto Legge 17 febbraio 2017, n.13

Conosciuto come "Decreto Minniti", il Decreto Legge definisce, tra le altre cose, nuove regole per l'analisi della richiesta d'asilo, con l'eliminazione di un grado di giudizio per i richiedenti "diniegati". Definisce, inoltre, quali aspetti della vita del richiedente asilo in Italia devono essere considerati per la formulazione del giudizio da parte della Commissione competente: tra questi, lo svolgere attività di volontariato. Vengono indicati alcuni ambiti specifici, tra cui quelli dove è maggiormente presente la componente straniera di lavoratori. Per una lettura critica del Decreto, la pagina di Melting Pot.

 

 

Le strutture previste dalla normativa (CIE, CARA, SPRAR, CDA, CAS)

 

Molto spesso si sente parlare delle strutture che vengono utilizzate per i migranti che arrivano in Italia senza un regolare visto d'entrata. Il modo in cui se ne parla varia, ovviamente, a seconda del punto di vista con cui ci si intende relazionare con il fenomeno migratorio.

Pubblichiamo due schede che riassumono il quadro: una del Ministero dell'Interno e l'altra di Melting Pot.

Qui, invece, una descrizione di cosa sono CAS, Centri d'Accoglienza Straordinaria, istituiti per far fronte all'emergenza richiedenti asilo.

Ancora di Melting Pot una descrizione di cosa siano e come funzionino gli Hotspot, le strutture create nei paesi di maggiore affluenza di migranti (Italia, Spagna, Ungheria), in cui operano agenzie internazionali e europee, a fianco delle autorità dello Stato membro.

 

Ministero dell'Interno: i Centri dell'immigrazione

 

Ministero dell'Interno: gli SPRAR

 

Melting pot: cosa sono i CIE

 

ProgrammaIntegra:

Il 17 settembre 2014 il Senato ha approvato il disegno di legge europea 2013 – bis, contenete disposizioni volte ad adeguare l’ordinamento giuridico italiano all’ordinamento europeo, tra cui norme relative al trattenimento dei migranti nei Cie – Centri di identificazione ed espulsione.

Il disegno di legge europea 2013 – bis interviene in numerose materie, anche in materia di immigrazione e rimpatri, prevedendo una riduzione del periodo di trattenimento all’interno dei Cie – Centri di identificazione ed espulsione.

Attualmente il tempo massimo di trattenimento nei Cie è di 18 mesi, secondo l’estensione voluta nel 2011, mentre l’art. 3 del nuovo disegno di legge ne dispone la riduzione a 90 giorni.

 

Border Criminologies:

It’s important to consider that in the past, an irregular migrant who didn’t voluntarily comply with a return order issued by the administrative authority committed a criminal offence punishable by a term of custody in prison for up to four years (and sometimes for five years in case of reiteration). In April 2011, Italy was forced to reform this criminal provision―and the whole returns system―after the El Dridi case.

Indeed, the Court of Justice of the EU ruled that Italy couldn’t apply criminal detention as punishment to migrants who failed to comply with a deportation order because such a provision was incompatible with the Return Directive (Dir. 2008/115/EC). This custodial sentence jeopardised the objective pursued by the Directive―namely, the creation of an effective policy of removal and repatriation of irregular third-country nationals―because it delayed the moment of their effective return. 

 

 

Europa e politiche migratorie

 

Dichiarazione congiunta sull'accordo UE-Turchia in ambito migratorio del 18 marzo 2016

 

13 maggio 2015. Agenda europea per l'accoglienza dei profughi. Il documento per la suddivisione di 20.000 richiedenti asilo, a fronte di centinaia di migliaia che già vivono in campi profughi in paesi extraeuropei e di altrettanti che partono dalle coste del sud del Mediterraneo. Questo accordo si tradurrà in "raccomandazioni" agli stati membri. Il 22 luglio dello stesso anno, viene presa la decisione di portare a 40.000 il numero di relocations da Grecia e Italia. In un'ulteriore decisione del 22 settembre 2015, si porta il totale di migranti da ricollocare da Grecia e Italia a 160.000. A febbraio di quest'anno, il totale di migranti ricollocati non arrivava a 12.000.

 

Nel 2013 viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea il nuovo Regolamento di Dublino (Dublino III), entrato in vigore all'inizio dell'anno successivo. Il nuovo regolamento modifica in alcune parti il precedente Regolamento del 2003 (Dublino II), conservando però i capisaldi su cui si erano basati i precedenti Regolamenti. Il suo scopo è determinare con rapidità lo Stato membro competente per una domanda di asilo e prevede il trasferimento di un richiedente asilo in tale Stato membro. Lo Stato membro competente all'esame della domanda d'asilo sarà lo Stato in cui il richiedente asilo ha fatto il proprio ingresso nell'Unione europea. Per una lettura completa (e critica) del Regolamento, la pagina di Melting Pot e quella dell'ASGI

 

Sul sito dell'Unione Europea, una sintesi delle politiche migratorie nella pagina della Commissione Giustizia, Libertà, Sicurezza 

 

Il portale dell'Unione Europea sull'immigrazione offre una panoramica degli strumenti dell'Unione in materia di immigrazione a uso di chi vuole migrare entro i confini dell'Ue e per chi proviene dall'esterno. Da pochi giorni anche in arabo

 

Le conclusioni del Consiglio Europeo del 18-19 febbraio 2016 in materia di migrazioni

 

Quest'Europa si fonda sui confini

 

Libro verde sull'approccio dell'Unione Europea alla gestione della migrazione economica - 2005

 

Direttiva Europea 2003, n. 109

Questa direttiva definisce le norme che consentono a un cittadino in possesso di permesso di soggiorno CE (ex carta di soggiorno) di studiare e lavorare in un paese europeo diverso da quello del rilascio del permesso. Tale diritto è negato ai cittadini in possesso di permesso di soggiorno in scadenza (per lavoro, motivi familiari, studio, ecc.)

 

   

 

"Migrazione" in due lingue extra-europee

 

In arabo, non esiste differenza tra il termine immigrazione ed emigrazione: entrambi vengono tradotti con il termine هجرة (hiğra) che definisce in termini generali la migrazione. 

 

Una descrizione della complessità della traduzione dei concetti e termini relativi il fenomeno migratorio in arabo è contenuta nel Rapporto EMN Glossario EMN Asilo e Migrazione

Viene evidenziato in questo rapporto l'importanza di rendere espliciti concetti che, appartenenti alla nostra tradizione giuridica, non hanno un corrispettivo diretto nei sistemi linguistici e giuridici di alcuni paesi della sponda sud del Mediterraneo.

 

Anche in cinese esiste un termine unico per descrivere i flussi migratori che è 移民 (yimin): indica tutte le persone che si muovono sia verso dentro che verso fuori, eliminando ogni distinzione tra immigrazione ed emigrazione.